AL FRE'
un racconto padano
Alla bicicletta ci teneva, e la tirava fuori solo col bel tempo e luna
piena.
“Al Frè , al Frè!” strillavano i bambini che, impazienti di sentire le
sue fole, montavano la guardia fuori dalla stalla. C’era poco da divertirsi in
inverno, nemmeno i girovaghi, il circo, un teatro ambulante, niente. Allora si
chiamava al Frè: arrivava con le foschie del primo buio portando fiabe
lunghissime e paurose, se ne andava solo quando l’ultimo bimbo cascava dal
sonno. Affaccendate a filare o a far la calza, anche le donne ascoltavano
attente le spaventevoli storie narrate dalla sagoma rinsecchita e curva che i
fiochi lumi dello stanzone caldo di bestie dipingevano spettrale, un’ombra
agitata da gesti nervosi o solenni. Era un vero avvenimento quando al Frè entrava,
salutava, si toglieva il mantello, iniziava a scaldarsi con un bicchiere di
rosso mentre i bimbi, intimoriti e agitati, gli si accucciavano intorno. Poi
iniziava a parlare, mostrando streghe crudeli, mostri sanguinari, apparizioni
di fantasmi – e qui eran guai se un bue, nel mezzo del racconto, faceva
cigolare la catena. Credeva in quel che diceva, al Frè, l’aria febbrile di chi
davvero ha visto le frenetiche danze dei folletti e la galoppata del cavaliere
senza testa, lui sì che sapeva render vivi i suoi viaggi, e ne riportava strani
oggetti, bizzarri souvenir scelti apposta per turbare la stalla di stupore.
Quando si faceva l’ora di andare a dormire c’era chi, senza darlo a vedere, si
portava dentro le storie; e in quelle notti qualche giovane moglie si stringeva
al marito, qualche bimbo guardava sospettoso sotto il letto.
Al Frè doveva lo stranome a un fatto del passato: era stato frate.
Forestiero, della sua personale vicenda poco o niente si sapeva. Probabile
rampollo di famiglia agiata, pare avesse ricevuto una buona istruzione e fosse
destinato a una brillante carriera quando una disgrazia sconvolse i suoi piani,
facendogli preferire i voti. Si ritirò così nella quiete del chiostro, dove fra
preghiera e incombenze quotidiane trascorse alcuni anni senza storia. A un
certo punto al Frè smise il saio: nessuno seppe mai, esattamente, il motivo. Se
glielo chiedevano lui diventava pensieroso, scuoteva la testa e rispondeva
lasciando deluso il povero interlocutore, perché erano sempre risposte diverse,
a volte fatte d’incomprensibili parole in latino, a volte imbastite sulla base
di pettegolezzi stantii e riguardanti qualcun’altro. Ipotesi e dicerie
fiorivano, i più bonari parlavano di un venir meno della vocazione, i più
maliziosi invece ci avrebbero messo la mano sul fuoco: c’era di mezzo una
donna. Dato che al Frè era sempre stato visto solo s’immaginava la storia d’amore
finita tragicamente, lei forse morta di febbri e sepolta nello stesso cimitero
dove lui lavorava come becchino, certo per starle vicino, altrimenti cosa ci
faceva proprio a Collecchio? In ogni caso pochi conoscevano il vero nome di
battesimo o sapevano altro dell’ex frate, e a pochi, del resto, interessava.
Elevato al rango d’artista per via del talento narrativo, al Frè prendeva bene
il fatto d’essere un necroforo, per lui meno peggio di quel che si pensava. In
fondo il camposanto non era troppo diverso dal monastero, quasi la stessa pace,
la giusta dose di doveri, pochi contatti umani. Le ore spesso erano lunghe, e lì
arrivava il demone meridiano. L’ispirazione poteva piombare sul vecchietto nei
tempi morti come in qualsiasi altro momento, mentre toglieva un’erbaccia o
puliva una lastra di marmo, mentre diceva una prece o cambiava un lumino.
Esteriormente non trapelava nulla, i visitatori inaspettati non si accorgevano
dell’invisibile presenza. Il demone sussurrava irresistibili inviti, al Frè
accettava: e una parte di lui partiva, e a parlargli non rispondeva.
Un certo inverno però le sue fole mancarono. Invitato alle stalle, al Frè
si nascondeva dietro la solita scusa: in estate non gli era venuto in mente un
accidenti.
Ma arrivò una confessione e spiegò tutto.
“Non ce la fai, per tre biglie dico che quello te le suona!”
“Io ne scommetto due”
“Fai sempre il furbo tu ma prima o poi ti beccano e allora vedi!”
“Ce le ho già qui le vostre biglie…” Ulisse Bianchi si allontanò dalla
compagnia battendo la mano sulla tasca delle braghe con l’aria di chi sa il
fatto suo, sorridente al pensiero delle cinque luccicanti palline. Faceva
caldo, molto caldo, l’afa induceva noia nei ragazzini, e la noia chiamava gli
scherzi. Bel posto per uno scherzo il cimitero, uno dei migliori anzi, con la
vittima già pronta dentro: al Frè. Le storie del vecchio avevano un po’ turbato
Uli, e diventava una sfida riuscire a spaventare uno che raccontava roba del
genere e oltretutto lavorava in un camposanto. Con la mezza scusa di andare a
visitare la tomba della nonna, il Bianchi aveva studiato con attenzione il
piano e un pomeriggio tardi aveva radunato la banda. Arrivati silenziosi per i
campi, si erano acquattati nel canale quasi asciutto di fianco al camposanto –
tutti a parte Andrea, che in qualità di palo era autorizzato a far spuntare gli
occhi sulla strada, e Ulisse, appiccicato al muro di cinta in lento avanzare
verso il cancello spalancato. Di tanto in tanto le cicale facevano pausa,
lasciando piazza ai bisbigli dei ragazzini e a un altro rumore, quello della
zappa del Frè alle prese con la gramigna, là dentro da qualche parte. Quasi
strisciando Uli entrò, e al riparo di una lapide attese, sensi all’erta, il
momento giusto per raggiungere il sotterraneo del cimitero. Veloce e
silenzioso, arrivò alla meta, poco distante dal becchino ormai stanco. Il
cunicolo esalava un’aria fresca odorante di muffa e di qualcos’altro, un tanfo
tanto strano da far venire al prode Ulisse una gran voglia di tornare quanto
prima alla calura d’agosto.
Quanta ne cresceva, di gramigna. Più la toglievi più ce n’era, almeno
così pareva, o forse era la stagione a raddoppiare erbacce e fatica. Sudava da
ore, al Frè, stava per smettere di zappare quando sentì un rumore. Veniva dal
basso, da sotto terra, forse. Mannò, colpa del caldo, sicuro, i morti non fanno
baccano di giorno. E però lo sentiva ancora. Un sibilo che diventava un
sospiro, sembrava, una specie di fischio rantolante. L’ometto si irrigidì,
ascoltò meglio. Forse il suo personale demone si era fatto carne, forse esigeva
un tributo, e quale se non l’anima! Cercò di calmarsi, l’istinto premeva,
scappare. Scappò. L’uscita pareva lontana alle sue gambe anziane, eppure al Frè
mollò la zappa e provò a raggiungerla, lesto quanto poteva. Adesso sentiva
rumore di passi da dietro, il demone lo inseguiva, rideva… strano, anche fuori
dal cancello ridevano. Sbucato dal nascondiglio, Ulisse, trionfante,
sghignazzava con gli amici mentre al Frè pian piano capiva, senza arrabbiarsi,
senza parlare.
Il becchino si ricompose e rientrò, ripose gli attrezzi, chiuse bottega
e se ne andò a casa allibito, pensando che la veneranda età e la forte tempra
non gli avevano impedito dal cadere in una stupida beffa. Chi la fa l’aspetti,
si era detto.
I ragazzini, invece, lì a ridere per mezz’ora e poi via, che era tardi.
Tempo dopo, accompagnato dal papà, Ulisse fu costretto a scuse
vergognose e inutili. Passato qualche tempo, passata l’offesa, al Frè ricominciò
a girar per stalle. Tutti si accorsero che, tra uno spavento e l’altro, si
rideva: per la storia di un becchino gabbato da quattro ragazzetti.
©Giovanna Bragadini
Racconto pubblicato sulla Gazzetta di Parma e nella raccolta “Collecchio
in corpo 11”